Una profonda crisi personale… quello che dice la nostra psicologa

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Psicologa e psicoterapista italiana, Rossana Marenzi vive ormai da 10 anni a Barcellona, dove offre terapia in italiano, spagnolo ed inglese.

La finalità della terapia è per Rossana favorire l’integrazione fra gli aspetti emotivi, cognitivi e vivenziali di ogni persona. Grazie all’esplorazione del presente e passato ed una costante attenzione agli aspetti relazionali, vuole aiutare alle persone nel loro cammino verso la salute psicologica.

Ha esperienza nel lavoro con adulti e coppie su svariate problematiche, ma la vita l’ha portata ad occuparsi soprattutto di problemi di fertilità.

1/ Secondo uno studio, le donne che sono in processo di trattamento di riproduzione assistita,  soffrono uno stress pari a quello delle donne malate di cancro. Cosa ne pensi? A cosa sará dovuto un tale livello di stress?

Mi è difficile opinare giacché non ho molta esperienza con casi oncologici. In realtà ho sentito questa affermazione e credo sia importante non decontestualizzare, perché è parte di uno studio che tocca aspetti riferiti ai trattamenti d’ infertilità nelle donne che sono sopravvissute al cancro (Dow, 1994; Surbone e Petrek, 1997).

Non mi piace porre l’ attenzione su questo tipo di confronti perché entrambi soffrono moltissimo, per diverse ragioni e le conseguenze del fallimento sono molto diverse.

Quello che posso dire di persone che hanno problemi di infertilità è che molti si trovano ad affrontare una profonda crisi personale, perché sovverte il concetto di sé come fertile e in grado di dare vita ad un’ altro essere umano, cosa che probabilmente davano per scontato.

A questo si aggiunge l’enorme stress generato dallo scorrere del tempo che passa per le donne ed i fantasmi che si svegliano al momento di immaginarsi madri non piú così giovani.


“A una profonda crisi personale (sovverte il concetto di sé come persona in grado di dare vita) si aggiunge l’enorme stress generato dallo scorrere del tempo che passa, e anche una certa pressione sociale  (la maternità è qualcosa che la società si aspetta da le donne).”


E ‘anche qualcosa che in qualche modo la società si aspetta da te, ed ecco un’ altra grande fonte di stress, è l’incapacità di rispondere alle aspettative degli altri.

2/ Quali altre emozioni spesso accompagnano l’esperienza della riproduzione assistita?

Una miscela tra emozioni primarie e sindromi, cioè un insieme di emozioni.

Stress, insicurezza, stanchezza, irritabilità, depressione, paura, incredulità, e anche una regressione all’ esperienza infantile di “voglio e non posso.”

In ogni caso ci sono persone che affrontano tutto ció con ingenuitá, speranza e un pó d’ incoscienza. E’ un modo molto interessante, perché a volte questa tranquillità apparente nasconde una paura profonda, ma che nel frattempo protegge dall’angoscia. È una difesa psicologica che puó dare ottimi risultati.

Penso sia positivo lasciare da parte i pregiudizi a questo proposito, non sempre vi è un rapporto proporzionale tra la sofferenza e il livello di impegno per la causa.

3/ Il processo di riproduzione assistita puó essere molto lungo. Quali sono le diverse fasi? Ce n’é qualcuna piú stressante rispetto alle altre? Che consiglio daresti per affrontare ogni stadio?

Vedo molte coppie, e soprattutto le donne, stressatissime prima di iniziare il processo. C’è una fase iniziale in cui si accumula informazione e test diagnostici, che è necessaria prima di iniziare il protocollo del trattamento. Questa fase iniziale sembra essere molto difficile da  gestire, per  la sensazione d’ incertezza, per l’ansia di coloro che ritengono di non poter più aspettare perché vogliono rimanere incinte.

Tra le fasi in cui prevale l’attesa, altre particolarmente difficili, sono l’attesa di una donatrice compatibile e l’ attesa  dei risultati, che sia per una biopsia che serve ad escludere anomalie genetiche nell’embrione, o sia per il risultato del test di gravidanza.

Ma anche durante i trattamenti ormonali si vivono momenti molto difficili. Gli effetti dei farmaci possono portare,  a livello psicologico,un’ emotività più accentuata e meno stabile.


“Il mio consiglio: vivere una cosa alla volta e non anticipare troppo. Essere realisti ma senza perdere la speranza. Ed evitare di voler mantenere il controllo di tutto.”


Il mio consiglio  a livello generale, non potendo entrare nel dettaglio perché ogni caso è unico, è quello di vivere una cosa alla volta, concentrandosi su ciò che stiamo facendo e non anticipare troppo.

E ‘anche essenziale essere realisti ma senza perdere la speranza ed evitare di voler mantenere il controllo di tutto.

4/ Si parla molto delle emozioni e dello stress della donna in processo di riproduzione assistita. Che succede all’uomo? A quali emozioni suole essere esposto?

L’uomo è troppo spesso uno spettatore del processo. Probabilmente aiuta a pagare le spese dei  trattamenti, ha dato il suo consenso, peró alla fine è un accompagnante. Questo non vuol dire che non veda coppie che lo vivono insieme e si sostengono a vicenda.

E ‘estremamente importante anche che la donna non attribuisca all’uomo un ruolo secondario e che al contrario provi a mettere in discussione il mandato sociale che la madre è più importante, o che per le donne il desiderio materno è più forte.

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5 / Quali raccomandazioni darebbe ad una coppia che ha appena ricevuto la notizia della sua infertilità o necessità di ricorrere alla fecondazione assistita?

Prendersi un momento di riflessione e di ascolto interiore. Non trascurare nessuna delle emozioni che si provano.

Prima di lottare per realizzare il proprio sogno, è molto importante vivere il lutto delle nostre vecchie aspettative e dell’immagine che avevamo di noi come persone fertili.

Per molte coppie è uno shock ritrovarsi in questa realtà, soprattutto per chi viene diagnosticato. Ma solo accettando i nostri limiti possiamo accettare le alternative che ci vengono offerte.

6 / La ricerca di un bambino coinvolge non solo l’individuo bensí anche il compagno, giusto? Che consigli possiamo dare alle coppie in modo che il processo sia il meno doloroso possibile?

Il processo coinvolge – e deve coinvolgere – entrambi i partner. Questo è il mio consiglio principale, vivete il processo uniti, vivete questa esperienza come futuri genitori peró soprattutto come coppia.

Da evitare a tutti i costi di accusarsi a vicenda.

Da non pensare che la donna, essendo spesso chi dei due deve prendere farmaci e sottoporsi ad intervento chirurgico, sia l’unico protagonista.

Se tutto va bene, entrambi saranno genitori, con ruoli diversi, ma con la stessa importanza.


“E ‘importante provare a mettere in discussione il mandato sociale che la madre è più importante, o che per le donne il desiderio materno è più forte.”


L’ideale sarebbe fare un percorso terapeutico di coppia, prima, durante e dopo il processo.

7 / Alla riproduzione assistita non ricorrono solo le coppie con problemi d’ infertilità, ma sempre piú numerose troviamo coppie lesbiche e donne single. Sicuramente la loro situazione è completamente diversa. Come affrontano loro il processo? A quali emozioni si espongono? Cosa consigleresti a loro?

Credo che si tratta di due casi diversi uno dall’altro.

Le coppie lesbiche sono costrette ad introdurre un terzo elemento nel loro desiderio procreativo, ma spesso lo affrontano con una certa serenità, perché sono già un nucleo familiare solido, e vedono il donatore come un mezzo per raggiungere un fine, questo é quello che vedo nella maggior parte dei casi.

Nel caso delle donne single, al contrario vengono rimossi tante emozioni e pregiudizi. A volte, quando arriva il momento di prendere la decisione, si sentono più sole che mai, il dubbio di non farcela da sole, se il bambino sentirá la mancanza del padre. Spesso ricorrono a un donatore perché  sentono che sono a corto di tempo e che non hanno trovato la persona con cui poter essere madre. Stanno con le spalle al muro, è molto difficile.

Alle coppie lesbiche consiglio di riflettere bene sul loro ruolo di madri e sull’importanza di un elemento maschile per la crescita di un bambino (che non sarebbe lo stesso, come dire un uomo in carne ed ossa).

Alle donne single consiglierei un accompagnamento psicologico durante tutta la durata del processo, e stare attente a non cadere nella trappolla dei sensi di colpa e non caricare il futuro figlio di troppe aspettative.

8 / Come affrontare un risultato negativo, soprattutto quando non è il primo? Quali raccomandazioni darebbe in questi casi?

Ripetuti risultati negativi ci fanno affrontare le limitazioni della scienza e dell’ essere umano. Ripetere più e più volte lo stesso trattamento perché non possono accettare il risultato negativo può essere faticoso.

O pensiamo ad un’ alternativa, oppure potrebbe essere il momento per considerare quanto tempo ancora si voglia continuare a provare.

Fondamentale è non vivere il risultato negativo come un fallimento personale, ma come un evento che dipende da molti fattori che non possiamo controllare. Abbiamo fatto tutto il possibile? Probabilmente, sì.


“C’è una idealizzazione che permea il concetto di maternità e di paternità, come se tutti fossimo nati con questo scopo e chi ha difficoltà nel raggiungerlo sia in qualche modo “difettoso”


9 / Quando una coppia è sottoposta ad un processo di riproduzione assistita, consiglia di discuterne con le persone vicine?

Quanto più ampia e più forte sia la rete di sostegno sociale per la coppia, più è probabile che si sentirà accompagnata e supportata durante tutto il processo. Allo stesso tempo, condividere la notizia è un modo per rimuovere la pressione sulla coppia ed evitare di sentirsi soli. Rimane comunque importante la scelta delle persone con cui confidarsi.

10 / Come possono le persone vicine aiutare una persona / coppia che si accinge alla riproduzione assistita?

Ascoltando, incoraggiando, normalizzando la situazione.

Offrendo anche, con rispetto e pazienza, attività alternative da fare insieme per aiutare a distrarsi un po dall’ ossessione per il trattamento. A volte un pomeriggio senza pensarci può fare molto.

11/ Come si spiega che nella società di oggi, con così tante persone affette da problemi d’ infertilità, il problema resti così tabù?

È vero, è contraddittorio. Da un lato, a livello dei media e le reti sociali, l’argomento è diffuso e non sembra avere segreti.

Peró non è così nell’ intimitá e nelle cerchie ristrette. Le radicate ereditá culturali per le quali la coppia deve essere in grado di tirare avanti da sola nel suo progetto di famiglia, senza il sostegno della comunità, tutto ció rende molto difficile il compito di condividere l’esperienza di essere (o non essere) genitori.

Anche l’idealizzazione che permea il concetto di maternità e di paternità, come se tutti fossimo nati con questo scopo e chi ha difficoltà nel raggiungerlo sia in qualche modo “difettoso”.

A tutto ció si aggiunge un dibattito a livello bioetico sull’ utilizzo della scienza per intervenire in un processo naturale. Si tratta di una  domanda molto complessa e molto interessante, da spunto a molte riflessioni, spero che potremo continuare a parlarne in un’ altra occasione. Grazie mille!

Contattaci per maggiori informazioni: info@sheoakholisticfertility.com, o direttamente Rossana Marenzi: rossamail@gmail.com.

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